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La manutenzione
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Domenico Starnone
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16 settembre 2008

GELMINI, VIA!




permalink | inviato da angelusnovus il 16/9/2008 alle 1:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

25 giugno 2008

Ogni tanto torno, eh...

Nell’ora in cui più mi sei remota

- visione che repentina ti accarni

ai fulminei assalti delle memorie,

mai spente,

mai esiliate dal cuore -

m’invochi:

dal fondo dei mari

da mondi sepolti.

E torna il suono consueto, un richiamo:

della sua tenue cecità m’avvolgo

e in quella voce perduta t’accampi;

viva ti stagli, ti fai mia sostanza

e respiro: perché sempre ritorni.

Non ti cerco con la mente, con gli occhi

ma ti trovo, o inattesa, dovunque.

Ogni volta che ti lascio alle spalle

riappari dai silenzi dell’anima

e ti vedo sorridere ancora:

oh quel sorriso, amato, adorato

che nessuno ha mai visto davvero

che davvero nessuno più avrà.

Non chiedermi di cancellarlo:

affiora da solo, come le maree,

come il canto di chi amando dimentica,

e dimentico del canto ama ancora.


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permalink | inviato da angelusnovus il 25/6/2008 alle 23:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

19 marzo 2008

Buona Pasqua

Un po' di Bobbi Humphrey super-sound per gli auguri di Pasqua.
Dottoressa, fatti viva. Benicassim ci aspetta.




permalink | inviato da angelusnovus il 19/3/2008 alle 19:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

18 febbraio 2008

Sassi

- Dai Luca, è ora di tornare a casa, - dissi, contemplandolo mentre si sforzava di lanciare sassi oltre il greto più lontano del canale. Era un gioco che facevo anch’io da bambino. Avevo cominciato a lanciare sassi in un boschetto, ad Arzana, nel cuore selvaggio dell’Ogliastra, la regione della Sardegna centro-orientale in cui sono nato e nella quale, per oltre vent’anni, ho continuato erroneamente a credere fossero radicate le mie origini. Luca non mi ascoltava, o dava volutamente scarso peso alle mie parole, tentando di prolungare il più possibile quell’atto di intimità col padre sfuggente e incomprensibile che ero: starsene lì beato e protetto, sotto il mio sguardo, a immaginare che, una volta scagliato, il sasso assumesse forma e magari prendesse vita, trasformandosi in un uccello, magari in un rapace, volando via lontano, fino all’orizzonte. Io lì a proteggere la sua immaginazione, una domenica mattina di febbraio, e a raccontargli delle mattine in cui mio nonno prendeva il cappello, irrompendo nel caos dei miei giochi sparpagliati sul pavimento e pronunciava le parole magiche: “guaglio’, jammucenne, jà!”. Il tempo di spostare sommariamente a lato col braccio costruzioni, cavalli di plastica, tiri a segno vari, che già mio padre arrivava con le chiavi della nostra Fiat 128 verde, nuova fiammante, mi metteva la giacca e la sciarpa e uscivamo. Ero felice quando mio padre e mio nonno mi portavano in campagna con loro la domenica mattina. Mi piaceva ascoltarli parlare di qualsiasi cosa, quasi sempre di politica, dal sedile posteriore dell’automobile: mio nonno parlava sempre bene di Pietro Nenni, che conosceva di persona da molti anni e Francesco De Martino, che pure era venuto spesso a fare dei comizi nel mio paese. Forse per questo, adesso che raccontavo di quelle mattine a Luca, non mancavo mai di commentare: “erano altri tempi quelli, era un’altra politica, non queste mezze calzette di oggi”. All’inizio degli anni ’70, i miei genitori si erano dovuti trasferire in Sardegna per lavorare: abitavamo in un paese di un migliaio di abitanti, in mezzo alle montagne del Gennargentu: eravamo tra collina e montagna e l’aria aveva sentore di mirto, resina e ginepro.

Avevo dimenticato quel profumo ormai da molti anni, quando lo riconobbi istantaneamente aprendo il finestrino della mia automobile: era l’agosto del 2001, il giorno dell'arrivo in Sardegna per quella che sarebbe stata l’ultima vacanza insieme a Filomena, la madre di Luca. Allora ci amavamo molto. Ricordo che un giorno, senza dire nulla a Filomena riguardo al posto verso cui eravamo diretti, fermai la macchina all’ingresso di quello che era diventato un’area attrezzata per i pic-nic e che un tempo era un boschetto di lecci, all’interno del quale si apriva, ad un certo punto, una sorta di canyon a strapiombo: era il posto in cui mio padre mi aveva insegnato a lanciare i sassi lontano, oltre il burrone. Ora avevano recintato tutto, spianato dei vialetti in mezzo al verde, sistemato dei tavoli e delle panche accanto a dei barbecue in pietra. Filomena non capiva. Mi disse: “ma hai voglia di fare un pic-nic qui in mezzo?”. Cosa ci sarebbe stato di male? Mi irritò un po’ il tono di quella domanda. Ma fu un attimo rapidissimo che si dissolse immediatamente, non appena cominciai a spiegarle cosa fosse quel posto. Era molto contenta che l’avessi portata lì. “Un giorno ci porteremo i nostri figli", - disse, - e mi venne voglia di baciarla e abbracciarla forte. Ma non lo feci, perchè a lei dava fastidio che la baciassi davanti ad altre persone. Non ricordo più se le accarezzai un braccio o la schiena; fatto sta che quella volta mi sorprese, perché fu lei ad attirarmi a sé e baciarmi sulla bocca. In quel preciso istante sentii qualcosa di strano, come se una corrente mi attraversasse il corpo, dall’alto verso il basso, dal cielo nebbioso dei miei malcerti ricordi d’infanzia verso la terra e le radici. “Si vede che era destino”, pensai subito dopo.

Intanto continuavo a fissare Luca, che proseguiva imperterrito i suoi lanci, facendo finta di niente – “forza, è quasi buio. La mamma sarà in pensiero”, - dissi, prendendo Luca per mano, che mi seguì svogliatamente, infilandosi un paio di sassi nella tasca del giubbotto ormai pieno di polvere. “Ma buttali via. Che te ne fai ora di questi sassi?”, dissi. Luca mi rispose che li avrebbe conservati per la prossima volta, così non gli dissi più nulla e glieli feci tenere. Al ritorno, lungo la strada, di cui conoscevo alla perfezione ogni albero, ogni curva, ogni casolare abbandonato, mi tornavano in mente le voci di mio padre e di mio nonno, che parlavano di cose da adulti in mia presenza e la cosa mi riempiva, non so perché, di orgoglio: come se mi sentissi un po’ grande anch’io ad ascoltare quei discorsi. Specialmente quando, rivolgendosi a me, talvolta, mio nonno mi diceva: “hai capito come funziona? Non te lo dimenticare mai. Questo è un paese di gente infame, che apprezza solo i delinquenti e i mariuoli”. Io mi limitavo a sorridere e a fare segno di sì con la testa. Oppure: “uè, mi raccomando: mica te ne vai in giro a raccontare a qualcuno queste cose? Questo è un segreto, hai capito? Impara ad ascoltare e parla solo quando è indispensabile”. Sarà per questo che ho parlato sempre troppo poco nella mia vita, non lo so. Filomena me lo rimproverava sempre. Negli ultimi tempi me lo urlava in faccia in lacrime: “non è possibile andare avanti così! Noi non comunichiamo! Tu mi scopi e basta!”. Quando era triste si trasformava in qualcos’altro. Non era più la donna che amavo. Sul suo viso il rancore si scolpiva in ogni tratto, in ogni angolo. Diventava come di pietra. Persino le lacrime, a volte, mi pareva si cristallizzassero sul suo viso, arrestandosi. Una corrente, allora, mi attraversava, dal basso verso l’alto: un fiotto di sangue mi saliva al cervello annebbiandomi la vista e provavo un dolore lancinante al centro del petto. Mi paralizzavo e non ero più capace di rispondere. Così lei una volta se ne è andata, portandosi Luca, che allora aveva due anni, e l’ho vista uscire senza essere capace di dire niente. Avrei dovuto saperlo, quando lanciavo i sassi oltre il burrone, che le cose si trasformano sempre quando le tocchi. La vita non è come la memoria, che se ne sta lì anche trent’anni e quando meno te lo aspetti ritorna tale e quale, con i suoi momenti belli e quelli brutti, senza mai mutare di una virgola. Ma allora pensavo solo che i sassi potessero tramutarsi in rapaci e volare via lontano, chissà dove. L’idea della metamorfosi si associava, inevitabilmente, a quella di una distanza incolmabile, se non con l’immaginazione. E proprio questo pensavo quel giorno che avevo portato Luca a tirare sassi oltre il greto dei regi lagni, nell’unico punto in cui era ancora possibile farlo senza respirare i miasmi dei rifiuti tossici di cui quei canali sono ormai pieni da anni: che la vita è una continua metamorfosi e non ha alcun senso volerla fissare. Che la memoria si fa da sé, secondo leggi imperscrutabili, e che non ci appartiene, con le sue incongruenze e le sue laceranti contraddizioni. Come se servisse solamente a tenere il conto delle cose che si perdono per sempre, man mano che il tempo, trasfigurandoci, avanza. Come se questa fosse l’unica funzione coerentemente logica del tempo.




permalink | inviato da angelusnovus il 18/2/2008 alle 14:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

14 febbraio 2008

Kevin & co.

Stanno tornando.





permalink | inviato da angelusnovus il 14/2/2008 alle 22:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa

13 febbraio 2008

Finestre

Window

Gina D. insegna da molti anni, molti più di me. Insegna, come me, il Latino e l’Italiano a ragazzi che hanno molta difficoltà a comprendere a cosa serva imparare a tradurre un testo di Sallustio o di Virgilio e - che è poi la cosa veramente grave in tutto ciò – provano un'istintiva avversione all’idea di avvicinarsi ad un libro per cose tipo la “curiosità”, o , peggio ancora, fantasmi tipo “il puro piacere di farlo”. Spesso, quando la incontro nelle pause-caffè, da qualche tempo mi invita a farle compagnia per la sigaretta di rito, fumata in un ambiente non tanto angusto, ma purtuttavia alquanto claustrofobico e opprimente: nonostante la presenza di ampie finestre, aperte però sul nulla dello scarno (a dir poco) spazio ex-verde adibito a parcheggio e del muro allusivamente carcerario, che definisce alquanto ruvidamente i confini tra il nostro nulla e quello di fuori. Vagamente screziato, quest’ultimo, da sparute presenze malinconiche sul marciapiedi di rimpetto. Presenze dovute al bar che adesso non mi ricordo come si chiama, ma qualcosa tipo “Vanity – Bar”, o “Fashion-Cafè”. E dunque, semanticamente e incontrovertibilmente triste: un luogo capace di coniugare un certo qual "horror vacui", anche comprensibile, alla tristezza di quei bar di paese che se non fosse per la botta di culo che talvolta capita di vedersi sorgere, da un decennio all’altro, come niente fosse, una scuola o, meglio ancora, una pretura, davanti ai loro occhi, non venderebbero una cedrata Tassoni nemmeno a spacciarla per la soluzione definitiva all’annoso problema della mortalità del genere umano.
Ma, poiché mi rendo conto di divagare un po’ troppo, torniamo alla nostra Gina D. e alla sua storia, per raccontare la quale è necessario partire da una mattina di qualche anno fa. E' suonata l’ultima campanella da pochi minuti. I ragazzi sono già andati via tutti, così come la quasi totalità dei docenti. Meglio ancora: tutti i docenti tranne due. Due donne. La prima è affacciata alla finestra di un corridoio dell’ultimo piano, il terzo: è una finestra appena un po’ più bassa del normale, ma più alta. Abbastanza alta da riuscire a vedere qualche lembo di orizzonte e persino del verde. Bassa quanto basta a scavalcarla anche senza dover fare troppa forza nel poggiare le mani sul davanzale e sollevarsi sulle braccia. La seconda professoressa ha da poco oltrepassato, a passo lento, la metà del corridoio perpendicolare a quello in cui abbiamo lasciato quella donna che, sia detto per inciso, ha ormai deciso di saltare giù. In quel preciso istante il rumore dei banchi rimessi a posto dai bidelli e quello dei passi lenti della seconda insegnante viene interrotto da un rumore che somiglia a un singhiozzare umano e, in effetti, lo è: la seconda docente comincia a correre, così, istintivamente. All’intersezione dei due corridoi si volta e vede, essendo vista, una donna che avvedutasi del sopraggiungere di qualcuno ha aperto in fretta e furia la finestra e tenta immediatamente di arrampicarsi. Per fortuna l’operazione è un po' più complicata del previsto e così la docente suicida viene trattenuta dal braccio vigoroso della collega, in verità alquanto robusta. Vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con Gina D. Semplice: la docente aspirante suicida è sua sorella.


2008, febbraio. Gina D. da qualche tempo, dicevamo, mi chiede spesso di farle compagnia nelle pause caffè-sigaretta. Mi parla del suo lavoro, di quello che secondo lei è giusto far fare ai ragazzi. Oppure parla di viaggi, di vacanze in giro per il mondo, di weekend a Londra e a Parigi. Raramente parla delle sigarette: quante ne fuma, quante ne vorrebbe fumare… insomma, ultimamente non me la passo molto bene, perché mi sta capitando spesso di incontrarla nelle pause. Ieri mattina, però, lei non c’era e il caffè l’ho preso con un’altra collega, una donna alta, imponente. Una donna decisamente robusta. Stava parlando di cose strane con alcuni professori: no, questa situazione non era più tollerabile. Si era decisa a parlare con il preside per chiedere la rimozione temporanea dalle funzioni di una collega che era partita col cervello e l’aveva offesa pesantemente davanti a tutta la classe. Era come la sorella, perché in quella famiglia erano tutti impazziti, anzi, la sorella l’aveva trattenuta lei stessa, mentre stava per buttarsi di sotto, qualche anno fa, quando insegnava nell’altra scuola. Forse era anche per questo che Gina D. ce l’aveva in particolare proprio con lei. Forse era questo il motivo per cui l’aveva offesa così violentemente davanti a tutti i ragazzi. E poi non era solo per quello che aveva chiesto al preside di intervenire: Gina D. tutti i giorni ne combinava una: quasi ogni giorno urlava istericamente, in dialetto, alla classe che avrebbe voluto vedere tutti i ragazzi “aret’ ‘e sbarre”, cioè in galera. Una volta una ragazza si era sentita male dopo essere stata “rimproverata” e avevano dovuto chiamare il pronto soccorso, perché quella poveretta aveva cominciato a singhiozzare e vomitare e poi aveva avuto un mezzo svenimento e tutti si erano cacati in mano dalla paura.

Ed è stato così, per un puro caso, che ho capito perché Gina D., quando ci fermiamo a fumare nelle pause ti ascolta distrattamente, senza guardarti in faccia e fissando il muro allusivamente carcerario, a pochi metri dalle ampie finestre senza luce della veranda.




permalink | inviato da angelusnovus il 13/2/2008 alle 16:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

26 gennaio 2008

Fantasmi

Moro col 5% della sua corrente reggeva davvero le sorti del Paese. Certo, in un sistema assai diverso. Ma lo spessore di alcuni uomini di punta delle nostre vecchie classi dirigenti è ormai leggenda. Sono stato sempre convinto della fondatezza delle critiche di Pasolini a quel sistema. Ma le critiche di Pasolini alla DC, oggi, in questo garbuglio sorto dalla decadenza dei vecchi apparati morali, ideologici e di potere, che di fatto hanno retto l’Italia per 50 anni, avrebbero il 10% dell’impatto di allora. I punti di riferimento sono venuti meno: le coordinate “filosofiche” e materiali del modo di partecipare alla politica da parte degli intellettuali sono venuti meno. Avremmo davvero bisogno di una forza storica capace di ripristinare il tessuto connettivo tra la società civile e la politica. E avremmo bisogno anche che questo legame nascesse sano e robusto. Invece mi sa che ci dovremo accontentare del Partito Democratico.


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14 gennaio 2008

Da un treno all’altro

La volontà di fare di questo spazio qualcosa di meno privato, o meglio: la necessità di rileggere il privato alla luce del suo significato pubblico, m’impone una nuova tappa. Altri treni, altre stazioni. Nessun viaggio è veramente tale se si conosce già esattamente la destinazione, se con essa si ha già troppa confidenza. Come con il proprio io. Sorvolerò sui lutti infiniti, piccoli e grandi, personali e collettivi, che rabbuiano, stizziscono e arrovellano questo mio primo scorcio d’anno: implosioni momentanee, tra materia e antimateria; legittime ambizioni di mutamento e seghe mentali più o meno consapevoli.
Ci limiteremo a esaminare e sezionare la tanta carne al fuoco, la fucina pullulante d’ogni sorta di spunto e tentazione centrifuga in cui ciascuno deve adoprarsi per poter arrivare alla fine del proprio viaggio. Insomma, partiremo da Vonnegut, Pascale, Starnone, Montesano, per sconfinare ancora nella fiaba, in Borges, Ocampo, Bioy Casares. Tra Indianapolis, Buenos Aires e Napoli.
Credere fermamente nella sopravvivenza del mito può essere rassicurante. Ma se la mitopoiesi di una civiltà diventa un gigantesco cancro culturale, come qui di fatto accade, figuriamoci allora cosa sarà tra qualche anno delle nostre idee di “cultura”, “politica”, “libertà”. E non vedo più perché non dovrebbe essere questo il mio taccuino. Poi si vedrà. Credere nel grande potere, che oggi paradossalmente appare fortemente “eversivo”, del racconto e del mito in tutte le sue manifestazioni moderne, è ancora legittimo?




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10 gennaio 2008

Capolinea



Squassato e sconvolto dalle recenti festività e dal dibattito sulla legge 194, torno per augurare buon anno e per annunciare l’imminente chiusura di questo blog. Era inevitabile. Ringrazio tutti per la sopportazione e/o l’affetto. Non ho più tempo per parlare dei fatti miei in questo piccolo spazio. Mi dedico ad un nuovo progetto molto più interessante, almeno per me: il blog della mia adorata I-M. Lì ho due 9 in italiano che sto curando come bonsai e che rischiano di appassire se non tenuti nella dovuta considerazione. Spero che qualcuno di voi un giorno venga a trovarci, per eventuali pareri, consigli o, semplicemente, per riflettere insieme su tutto il casino che ci circonda.

A presto.




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10 dicembre 2007

Cassiere

Restano soltanto il notebook e il cellulare. Conversazioni surreali alla cassa: una fila di persone dietro e lei che ti chiede chi sei, cosa fai… e alla fine stavi quasi per dirglielo. Che hai scritto un pezzo sul blog per parlare di lei, certo: ma c’è tempo prima di dirle la verità sul tuo conto, che sei un alienato e amenità di questo tipo. Intanto non ti sbagliavi. Potrebbe essere un film di Frank Capra e invece è la tua vita attuale. Non male. E. devi lasciartela alle spalle. No, non tornerà. Non chiedermelo più. Lei sognava un mondo pieno di felicità e di gioia di vivere, tu non hai saputo darle che rinunce, sacrifici e angosce di ogni tipo. Era tutto quello che avevi e non è bastato. Ma non serve a niente commiserarti. Hai ragione tu ma questo non cambia nulla. La gente ti sorride e non è cosa da poco. Anche lei ti parla e sorride. Prendila come viene e non farti più del male. Ormai il peggio è passato.




permalink | inviato da angelusnovus il 10/12/2007 alle 22:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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