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Fabula
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25 giugno 2008

Ogni tanto torno, eh...

Nell’ora in cui più mi sei remota

- visione che repentina ti accarni

ai fulminei assalti delle memorie,

mai spente,

mai esiliate dal cuore -

m’invochi:

dal fondo dei mari

da mondi sepolti.

E torna il suono consueto, un richiamo:

della sua tenue cecità m’avvolgo

e in quella voce perduta t’accampi;

viva ti stagli, ti fai mia sostanza

e respiro: perché sempre ritorni.

Non ti cerco con la mente, con gli occhi

ma ti trovo, o inattesa, dovunque.

Ogni volta che ti lascio alle spalle

riappari dai silenzi dell’anima

e ti vedo sorridere ancora:

oh quel sorriso, amato, adorato

che nessuno ha mai visto davvero

che davvero nessuno più avrà.

Non chiedermi di cancellarlo:

affiora da solo, come le maree,

come il canto di chi amando dimentica,

e dimentico del canto ama ancora.


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permalink | inviato da angelusnovus il 25/6/2008 alle 23:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

18 febbraio 2008

Sassi

- Dai Luca, è ora di tornare a casa, - dissi, contemplandolo mentre si sforzava di lanciare sassi oltre il greto più lontano del canale. Era un gioco che facevo anch’io da bambino. Avevo cominciato a lanciare sassi in un boschetto, ad Arzana, nel cuore selvaggio dell’Ogliastra, la regione della Sardegna centro-orientale in cui sono nato e nella quale, per oltre vent’anni, ho continuato erroneamente a credere fossero radicate le mie origini. Luca non mi ascoltava, o dava volutamente scarso peso alle mie parole, tentando di prolungare il più possibile quell’atto di intimità col padre sfuggente e incomprensibile che ero: starsene lì beato e protetto, sotto il mio sguardo, a immaginare che, una volta scagliato, il sasso assumesse forma e magari prendesse vita, trasformandosi in un uccello, magari in un rapace, volando via lontano, fino all’orizzonte. Io lì a proteggere la sua immaginazione, una domenica mattina di febbraio, e a raccontargli delle mattine in cui mio nonno prendeva il cappello, irrompendo nel caos dei miei giochi sparpagliati sul pavimento e pronunciava le parole magiche: “guaglio’, jammucenne, jà!”. Il tempo di spostare sommariamente a lato col braccio costruzioni, cavalli di plastica, tiri a segno vari, che già mio padre arrivava con le chiavi della nostra Fiat 128 verde, nuova fiammante, mi metteva la giacca e la sciarpa e uscivamo. Ero felice quando mio padre e mio nonno mi portavano in campagna con loro la domenica mattina. Mi piaceva ascoltarli parlare di qualsiasi cosa, quasi sempre di politica, dal sedile posteriore dell’automobile: mio nonno parlava sempre bene di Pietro Nenni, che conosceva di persona da molti anni e Francesco De Martino, che pure era venuto spesso a fare dei comizi nel mio paese. Forse per questo, adesso che raccontavo di quelle mattine a Luca, non mancavo mai di commentare: “erano altri tempi quelli, era un’altra politica, non queste mezze calzette di oggi”. All’inizio degli anni ’70, i miei genitori si erano dovuti trasferire in Sardegna per lavorare: abitavamo in un paese di un migliaio di abitanti, in mezzo alle montagne del Gennargentu: eravamo tra collina e montagna e l’aria aveva sentore di mirto, resina e ginepro.

Avevo dimenticato quel profumo ormai da molti anni, quando lo riconobbi istantaneamente aprendo il finestrino della mia automobile: era l’agosto del 2001, il giorno dell'arrivo in Sardegna per quella che sarebbe stata l’ultima vacanza insieme a Filomena, la madre di Luca. Allora ci amavamo molto. Ricordo che un giorno, senza dire nulla a Filomena riguardo al posto verso cui eravamo diretti, fermai la macchina all’ingresso di quello che era diventato un’area attrezzata per i pic-nic e che un tempo era un boschetto di lecci, all’interno del quale si apriva, ad un certo punto, una sorta di canyon a strapiombo: era il posto in cui mio padre mi aveva insegnato a lanciare i sassi lontano, oltre il burrone. Ora avevano recintato tutto, spianato dei vialetti in mezzo al verde, sistemato dei tavoli e delle panche accanto a dei barbecue in pietra. Filomena non capiva. Mi disse: “ma hai voglia di fare un pic-nic qui in mezzo?”. Cosa ci sarebbe stato di male? Mi irritò un po’ il tono di quella domanda. Ma fu un attimo rapidissimo che si dissolse immediatamente, non appena cominciai a spiegarle cosa fosse quel posto. Era molto contenta che l’avessi portata lì. “Un giorno ci porteremo i nostri figli", - disse, - e mi venne voglia di baciarla e abbracciarla forte. Ma non lo feci, perchè a lei dava fastidio che la baciassi davanti ad altre persone. Non ricordo più se le accarezzai un braccio o la schiena; fatto sta che quella volta mi sorprese, perché fu lei ad attirarmi a sé e baciarmi sulla bocca. In quel preciso istante sentii qualcosa di strano, come se una corrente mi attraversasse il corpo, dall’alto verso il basso, dal cielo nebbioso dei miei malcerti ricordi d’infanzia verso la terra e le radici. “Si vede che era destino”, pensai subito dopo.

Intanto continuavo a fissare Luca, che proseguiva imperterrito i suoi lanci, facendo finta di niente – “forza, è quasi buio. La mamma sarà in pensiero”, - dissi, prendendo Luca per mano, che mi seguì svogliatamente, infilandosi un paio di sassi nella tasca del giubbotto ormai pieno di polvere. “Ma buttali via. Che te ne fai ora di questi sassi?”, dissi. Luca mi rispose che li avrebbe conservati per la prossima volta, così non gli dissi più nulla e glieli feci tenere. Al ritorno, lungo la strada, di cui conoscevo alla perfezione ogni albero, ogni curva, ogni casolare abbandonato, mi tornavano in mente le voci di mio padre e di mio nonno, che parlavano di cose da adulti in mia presenza e la cosa mi riempiva, non so perché, di orgoglio: come se mi sentissi un po’ grande anch’io ad ascoltare quei discorsi. Specialmente quando, rivolgendosi a me, talvolta, mio nonno mi diceva: “hai capito come funziona? Non te lo dimenticare mai. Questo è un paese di gente infame, che apprezza solo i delinquenti e i mariuoli”. Io mi limitavo a sorridere e a fare segno di sì con la testa. Oppure: “uè, mi raccomando: mica te ne vai in giro a raccontare a qualcuno queste cose? Questo è un segreto, hai capito? Impara ad ascoltare e parla solo quando è indispensabile”. Sarà per questo che ho parlato sempre troppo poco nella mia vita, non lo so. Filomena me lo rimproverava sempre. Negli ultimi tempi me lo urlava in faccia in lacrime: “non è possibile andare avanti così! Noi non comunichiamo! Tu mi scopi e basta!”. Quando era triste si trasformava in qualcos’altro. Non era più la donna che amavo. Sul suo viso il rancore si scolpiva in ogni tratto, in ogni angolo. Diventava come di pietra. Persino le lacrime, a volte, mi pareva si cristallizzassero sul suo viso, arrestandosi. Una corrente, allora, mi attraversava, dal basso verso l’alto: un fiotto di sangue mi saliva al cervello annebbiandomi la vista e provavo un dolore lancinante al centro del petto. Mi paralizzavo e non ero più capace di rispondere. Così lei una volta se ne è andata, portandosi Luca, che allora aveva due anni, e l’ho vista uscire senza essere capace di dire niente. Avrei dovuto saperlo, quando lanciavo i sassi oltre il burrone, che le cose si trasformano sempre quando le tocchi. La vita non è come la memoria, che se ne sta lì anche trent’anni e quando meno te lo aspetti ritorna tale e quale, con i suoi momenti belli e quelli brutti, senza mai mutare di una virgola. Ma allora pensavo solo che i sassi potessero tramutarsi in rapaci e volare via lontano, chissà dove. L’idea della metamorfosi si associava, inevitabilmente, a quella di una distanza incolmabile, se non con l’immaginazione. E proprio questo pensavo quel giorno che avevo portato Luca a tirare sassi oltre il greto dei regi lagni, nell’unico punto in cui era ancora possibile farlo senza respirare i miasmi dei rifiuti tossici di cui quei canali sono ormai pieni da anni: che la vita è una continua metamorfosi e non ha alcun senso volerla fissare. Che la memoria si fa da sé, secondo leggi imperscrutabili, e che non ci appartiene, con le sue incongruenze e le sue laceranti contraddizioni. Come se servisse solamente a tenere il conto delle cose che si perdono per sempre, man mano che il tempo, trasfigurandoci, avanza. Come se questa fosse l’unica funzione coerentemente logica del tempo.




permalink | inviato da angelusnovus il 18/2/2008 alle 14:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

13 febbraio 2008

Finestre

Window

Gina D. insegna da molti anni, molti più di me. Insegna, come me, il Latino e l’Italiano a ragazzi che hanno molta difficoltà a comprendere a cosa serva imparare a tradurre un testo di Sallustio o di Virgilio e - che è poi la cosa veramente grave in tutto ciò – provano un'istintiva avversione all’idea di avvicinarsi ad un libro per cose tipo la “curiosità”, o , peggio ancora, fantasmi tipo “il puro piacere di farlo”. Spesso, quando la incontro nelle pause-caffè, da qualche tempo mi invita a farle compagnia per la sigaretta di rito, fumata in un ambiente non tanto angusto, ma purtuttavia alquanto claustrofobico e opprimente: nonostante la presenza di ampie finestre, aperte però sul nulla dello scarno (a dir poco) spazio ex-verde adibito a parcheggio e del muro allusivamente carcerario, che definisce alquanto ruvidamente i confini tra il nostro nulla e quello di fuori. Vagamente screziato, quest’ultimo, da sparute presenze malinconiche sul marciapiedi di rimpetto. Presenze dovute al bar che adesso non mi ricordo come si chiama, ma qualcosa tipo “Vanity – Bar”, o “Fashion-Cafè”. E dunque, semanticamente e incontrovertibilmente triste: un luogo capace di coniugare un certo qual "horror vacui", anche comprensibile, alla tristezza di quei bar di paese che se non fosse per la botta di culo che talvolta capita di vedersi sorgere, da un decennio all’altro, come niente fosse, una scuola o, meglio ancora, una pretura, davanti ai loro occhi, non venderebbero una cedrata Tassoni nemmeno a spacciarla per la soluzione definitiva all’annoso problema della mortalità del genere umano.
Ma, poiché mi rendo conto di divagare un po’ troppo, torniamo alla nostra Gina D. e alla sua storia, per raccontare la quale è necessario partire da una mattina di qualche anno fa. E' suonata l’ultima campanella da pochi minuti. I ragazzi sono già andati via tutti, così come la quasi totalità dei docenti. Meglio ancora: tutti i docenti tranne due. Due donne. La prima è affacciata alla finestra di un corridoio dell’ultimo piano, il terzo: è una finestra appena un po’ più bassa del normale, ma più alta. Abbastanza alta da riuscire a vedere qualche lembo di orizzonte e persino del verde. Bassa quanto basta a scavalcarla anche senza dover fare troppa forza nel poggiare le mani sul davanzale e sollevarsi sulle braccia. La seconda professoressa ha da poco oltrepassato, a passo lento, la metà del corridoio perpendicolare a quello in cui abbiamo lasciato quella donna che, sia detto per inciso, ha ormai deciso di saltare giù. In quel preciso istante il rumore dei banchi rimessi a posto dai bidelli e quello dei passi lenti della seconda insegnante viene interrotto da un rumore che somiglia a un singhiozzare umano e, in effetti, lo è: la seconda docente comincia a correre, così, istintivamente. All’intersezione dei due corridoi si volta e vede, essendo vista, una donna che avvedutasi del sopraggiungere di qualcuno ha aperto in fretta e furia la finestra e tenta immediatamente di arrampicarsi. Per fortuna l’operazione è un po' più complicata del previsto e così la docente suicida viene trattenuta dal braccio vigoroso della collega, in verità alquanto robusta. Vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con Gina D. Semplice: la docente aspirante suicida è sua sorella.


2008, febbraio. Gina D. da qualche tempo, dicevamo, mi chiede spesso di farle compagnia nelle pause caffè-sigaretta. Mi parla del suo lavoro, di quello che secondo lei è giusto far fare ai ragazzi. Oppure parla di viaggi, di vacanze in giro per il mondo, di weekend a Londra e a Parigi. Raramente parla delle sigarette: quante ne fuma, quante ne vorrebbe fumare… insomma, ultimamente non me la passo molto bene, perché mi sta capitando spesso di incontrarla nelle pause. Ieri mattina, però, lei non c’era e il caffè l’ho preso con un’altra collega, una donna alta, imponente. Una donna decisamente robusta. Stava parlando di cose strane con alcuni professori: no, questa situazione non era più tollerabile. Si era decisa a parlare con il preside per chiedere la rimozione temporanea dalle funzioni di una collega che era partita col cervello e l’aveva offesa pesantemente davanti a tutta la classe. Era come la sorella, perché in quella famiglia erano tutti impazziti, anzi, la sorella l’aveva trattenuta lei stessa, mentre stava per buttarsi di sotto, qualche anno fa, quando insegnava nell’altra scuola. Forse era anche per questo che Gina D. ce l’aveva in particolare proprio con lei. Forse era questo il motivo per cui l’aveva offesa così violentemente davanti a tutti i ragazzi. E poi non era solo per quello che aveva chiesto al preside di intervenire: Gina D. tutti i giorni ne combinava una: quasi ogni giorno urlava istericamente, in dialetto, alla classe che avrebbe voluto vedere tutti i ragazzi “aret’ ‘e sbarre”, cioè in galera. Una volta una ragazza si era sentita male dopo essere stata “rimproverata” e avevano dovuto chiamare il pronto soccorso, perché quella poveretta aveva cominciato a singhiozzare e vomitare e poi aveva avuto un mezzo svenimento e tutti si erano cacati in mano dalla paura.

Ed è stato così, per un puro caso, che ho capito perché Gina D., quando ci fermiamo a fumare nelle pause ti ascolta distrattamente, senza guardarti in faccia e fissando il muro allusivamente carcerario, a pochi metri dalle ampie finestre senza luce della veranda.




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6 febbraio 2007

We're so happy

E la prima cosa che voleva e che avrebbe fatto quella sera stessa, se gli esercizi commerciali fossero stati aperti o se gli idraulici avessero lavorato a quell’ora, era riparare con le sue mani, o anche fare aggiustare da qualcuno, non aveva importanza, il rubinetto della doccia. Era piuttosto buffo ritrovarsi lì a pensare una cosa così banale. Non gli accadeva da anni. Era certamente un buon segno anche quello, il sintomo incontrovertibile dell’inizio di una nuova fase.

«È ancora bello essere qui» - pensò Nico poco prima di uscire di casa la mattina successiva alla grande rivelazione. Per prima cosa osservò tutte le sfumature della luce che filtrava avvolgendo, ora debolmente, ora con uno spessore più consistente, ogni oggetto della stanza. Era una semplice questione di posizione all’interno di un campo. Certo ci vuole poco a spostare un posacenere. Ma un oggetto più ingombrante e pesante? Una volta un amico gli aveva fatto notare che l’armadio, messo in quella posizione, rubava spazio all’insieme. Ma a Nico faceva comodo averlo lì. Anche in natura, del resto, esistono piante che hanno bisogno di più luce rispetto ad altre. È andando oltre le leggi di natura, trascendendo questi corpi grevi, che qualche difficoltà comincia, nostro malgrado, a sorgere. Ma figuriamoci se al nostro Nico, quella mattina, potesse venire voglia di trasumanare così, seduta stante, perdendosi lo spettacolo degli occhi  ancora un po’ assonnati di Lara. Il segreto forse stava lì: nelle piccole cose quotidiane alle quali raramente diamo importanza. Ma era una risposta troppo semplice a una domanda in realtà complessa. Non era in questione, infatti, cosa fosse o potesse essere una «casa». Ciò era noto e stranoto al povero Nico. Il problema era: ma una volta che uno mi avesse raso al suolo ogni centimetro quadro dello spazio in cui si svolgeva la mia esistenza, da chi, da cosa sarei ripartito e a costruire poi esattamente che? Ecco come andrebbe interpretata la questione. E Nico si era risposto mentre non ci pensava neppure: la strada è la risposta. Il cammino, la voglia di partire.




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3 febbraio 2007

That's life I guess

Quella sera, nel momento stesso in cui riuscì a trovare il punto esatto di equilibrio caldo/freddo, dopo avere un po’ giocherellato con la manopola della doccia, oscillando tra la temperatura di fusione della carne umana e lo zero assoluto (vale a dire 0° Kelvin, -273,15 Celsius, -459,67 Fahreneit), finalmente aveva osato dire: «ahh… Eccomi a casa».
Chiuso in una cella di plastica opaca, annebbiato e incuriosito dagli strambi effetti subiti nel passaggio repentino da una situazione tipo geyser al Mare del Nord, il nostro eroe aveva d’un colpo dimenticato di non avere più da poter chiamare “casa” non dico un posto nel mondo, quanto tutto l’universo (che alcuni dicono infinito, altri in continua espansione. Ma comunque si voglia, decisamente un fottìo grande. Almeno per quanto mi riguarda).
Presto questo momento di beatitudine sarebbe cessato, magari durante l’asciugatura dei capelli, come, in genere, accadeva. Ma, oramai, Nico non si sottoponeva volentieri all’inerte esercizio della disperazione. Quella mattina in ufficio, incrociando lo sguardo di Lara, si era soffermato a chiedersi chissà quali stravaganti pensieri si agitassero, proprio in quell’istante, come in uno shaker impazzito, nella mente di lei, ed era altamente probabile che fossero davvero straordinariamente bizzarri quei pensieri, a giudicare dal modo in cui gliel’aveva ricambiata quell’occhiata un po’ acquosa. Fatto stava che, tutto sommato, quel poco era servito a inculcargli un’idea fissa come uno stiletto estremamente sottile e affilato nel cervello: cercare quel posto. Quel tempo, quello spazio, in cui, dopo la doccia, asciugandosi i capelli non avrebbe dovuto smettere di pensare: “però è bello essere a casa stasera”.
Non un’ombra di paranoico senso del pericolo. Nessuna perturbazione particolare dei suoi equilibri organici. Nulla che lo inducesse a fuggire dalla precedente situazione. Insomma, nessuno di questi elementi era stato alla base di quella folgorante scoperta. Era semplicemente giunta un’ora, così come può giungere un tram, un taxi, un’astronave di una compagnia low-cost aliena.




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12 dicembre 2006

Flashback

Era ancora lei: una luce più opaca nello sguardo, un timbro di voce più asciutto. Era lei, non un’altra: “sei dimagrita”, le ho detto per rompere il ghiaccio e per sentirmi subito avvolto dall’abbraccio di una rassicurante normalità: e così il tempo ha ripreso a scorrere al ritmo consueto. Sto bene, stai bene – mio Dio quanto tempo, e altre locuzioni tipiche, di circostanza. Ce le siamo levate di torno più in fretta, per la pioggia che cadeva abbondante e ci siamo ritrovati seduti come due sconosciuti al tavolo del primo ristorante, due esseri freschi di metempsicosi, che si guardano dritti negli occhi cercando di ritrovare il filo di una miriade di discorsi, ma col dubbio di avere tutto sognato. Chissà se poi non sia davvero così. Il vino non era all’altezza, il cibo neanche, così abbiamo comprato un ombrello da un ambulante e abbiamo attraversato mezza Trastevere, diretti alla sua vineria preferita. Lei si è stretta al mio braccio e il suo volto è tornato quello di un tempo. Anche la sua voce si è fatta più allegra e distesa. Ma avevamo dei conti da chiudere ed io, in fondo, ero lì per quello, mica per altro: “lo scriverai nel tuo prossimo romanzo”, mi ha detto. Di certo non potevo essere sincero fino al punto di confessarglielo, che lei era stata l’errore più imperdonabile della mia vita. Non sotto quella pioggia. Non mentre era così felice: “voglio andare a vedere la Cappella Sistina la prossima volta che vengo, in tanti anni non sono mai riuscito ad entrarci”.




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6 maggio 2006


C’erano delle porte scorrevoli da varcare. Una volta fatto ciò, tutto sarebbe diventato tremendamente complicato da superare, ma ci saremmo riusciti. Eravamo atterrati senza alcuna voglia di salutarci, da bravi, magari con lacrime, abbracci e cose del genere. Non ci eravamo preparati a quello strazio… ci eravamo tenuti stretti fino all’ultimo istante, parlando di assurdità. Eppure le cose dovevano andare esattamente così. Una delle poche cose da uomo che mi capitò di fare in quel periodo fu proprio quella di stringerla, tenendo a bada lacrime e roba simile, augurarle di volare sempre alto, indi voltarmi con uno sforzo sovraumano e attraversare quelle porte. Dopodichè ebbi a capire, pian piano, quanto fegato mi ci sarebbe voluto per compiere il resto del mio dovere: dimenticarla.

Ma il coraggio non mi è mai mancato nella vita, specialmente quel genere di coraggio necessario a farsi del male per paura di farsi del bene. E così giorno dopo giorno, mese dopo mese, lentamente, inesorabilmente, la scacciai dal mio cuore, dai miei agitati sogni notturni, dai miei lapsus freudiani, dal cassetto della mia scrivania sotto forma di lettere e immagini. È stato meglio così? Probabile: ella adesso vive con un tipo tutto perfettino che è il contrario di me (e di lei) e hanno passato lunghissimi pomeriggi all’Ikea ad acquistare armadi, poltrone, letti e altre cose probabilmente assai inverosimili. Egli (l'uomo perfetto), l’avrà fatta sentire a casa. Le avrà offerto quella stabilità e quella sicurezza che con me erano state un folle miraggio poi sfumato fra le porte scorrevoli di un aeroporto o in una cabina di nave qualche mese dopo. Perché ci eravamo rivisti, proprio nel momento clou della mia vigorosa opera di rimozione. Era mai esistita? Me lo chiedevo fissandola con quella gamba rotta che si trascinava goffamente. Evidentemente aveva deciso che doveva vedermi a tutti i costi. Ma io ero distaccato, freddo, razionale e stronzo. No, non era mai esistita. Era il prodotto della mia mente immaginifica, la stella impossibile del mio firmamento strampalato fatto di eterne aspirazioni irrisolte e inappagate.

 




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19 aprile 2006


Mi piaceva pensare che fosse cominciata quando siamo scesi insieme alle due meno un quarto di notte, o giù di lì, per andare a bere io il mio solito cognac e lei la sua solita, orrenda, tequila. Costretti a condividere la stessa stanza d’albergo in nome dell’amicizia per Giulio e Mara che avevano scoperto di essere perdutamente innamorati: la cosa andava nascosta agli occhi indiscreti degli altri compagni di corso. Costretti perché sapevamo che non sarebbe stato facile prendere sonno, ridendo e conversando da buoni amici. Ci eravamo cercati senza volerlo, o senza darlo a vedere, come in un gioco, un gioco terribilmente pericoloso. Le piaceva giocare, fare cose strambe e surreali per vedere che faccia avrei fatto, come, ad esempio, ordinare patatine fritte con la tequila. Alle 3 di notte. Sorrideva e arricciava il naso chiedendomi “cosa c’è che non va?” alle mie espressioni di disgusto. In realtà mi divertiva da morire. Avrei potuto passare l’intera vita a ridere delle sue trovate stravaganti. E poi era tremendamente seducente. Che cosa ci resta in questo squallido mondo se non la persona che ci accompagna a bere liquore a notte fonda in una città sconosciuta? Lontani da tutto, in un’altra dimensione, in un altro mondo. Ma forse non è cominciata neppure allora. Il colore grigio dei marciapiedi la mattina prima, il colore tendente al grigio del cielo, sia di notte che di giorno, quel maledetto grigio degli alberi e delle case, quei viali scarni che non erano né città né campagna, ecco: noi li avevamo percorsi tutti, in lungo e in largo, parlando, per ore.

 

Che cos’è l’amore? La capacità di stare ad ascoltare all’infinito un’altra persona? La possibilità di smarrirsi indefinitamente nel nonsenso dell’altrui manifestarsi? O è una storia già consolidata, un legame costruito nel tempo nonostante le macerie, nonostante l’accumularsi di giorni sempre meno ardenti? La capacità, quasi tecnica, di andare avanti, ma insieme, in questa sepoltura lenta sotto le rovine del tempo?




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18 aprile 2006


Pressochè infinite sono le strade che conducono all’aridità. Alcune passano attraverso sogni brucianti e impossibili, e si vivono in poche ore, in bilico su una lama che arreca ferite dolcissime e lancinanti. E spalancano abissi dai quali non è affatto scontato si possa tornare. Astri spenti sorgono alle lunghe insonnie e il canto dell’alba si fa piaga straziante, ferita dischiusa che inghiotte suoni, colori, ricordi, speranze. E per approdare a questa sorta di Ade si passa attraverso l’amore, che è una combinazione molecolare, un aggregato instabile di elementi che si attraggono in ragione di infinitesime volontà particolari e si riducono all’uno delle nostre mutevoli illusioni. In questa rovinosa caduta e nella fuga che è possibile attuare solo volgendo le spalle al futuro, verso cui si è trascinati inesorabilmente dalla marea del tempo, mi sono chiesto lungamente se non sia il senso cui tende ogni vita umana, la sfida alla quale siamo chiamati quando la posta in gioco diventa l’eterna ribellione dell’essere umano contro le beffarde leggi di quello che spregiativamente definiamo «Caos».




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17 aprile 2006


I primi tempi sono stati duri. Passavo gran parte del tempo a raccogliere e mettere in ordine tutte le tracce del suo passaggio nella mia vita: disfacevo valigie, frugavo nelle borse, tra le pagine di qualche libro. Andata, andata per sempre. L’avevo lasciata andare, mi aveva lasciato andare. Per il nostro bene, perché era la cosa migliore e per un sacco di buoni motivi eticamente e razionalmente ineccepibili, schivati in scioltezza al tempo di quei bei discorsi programmatici, tipo:
- lui: “non preoccuparti, sono forte, so badare a me stesso… accada quel che accada…”
- lei (ridendo con una punta di sarcasmo): “…sì…le ultime parole famose…”
- lui (piccato, ma senza darlo a vedere): “che hai da ridere? Dico davvero, sono lucidissimo… mai stato così lucido”.
- lei (tagliando corto): “si, va bene, come vuoi… dammi un altro bacio…”
Perché le donne hanno sempre chiaro il quadro dell’intera faccenda, evoluzioni e possibili finali alternativi inclusi, e nella maggior parte dei casi hanno chiara la misura di ciò che ci sarà da pagare alla fine del viaggio. E non vogliono pensarci perché sanno già che farà male, maledettamente, ma farne a meno sarebbe un inferno anche peggiore. Per me, in fondo, era uguale, tranne il fatto che non avevo nemmeno la più pallida idea di quello che sarebbe stato poi, quando le nostre vite reali ci avrebbero riavuto inesorabilmente, strappandoci via da quel turbine in cui si erano impigliate le nostre ali e lasciandoci sanguinanti e inerti in un altro mondo, in un’altra vita.

 




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