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11 dicembre 2006

It's Only Rock'n'Roll...

Molti rimproverano a Greg Dulli di avere scelto strade sbagliate, di avere tradito le speranze e la fiducia dei suoi vecchi fans inseguendo traiettorie sfacciatamente superstardom, imbastardendo la sua poetica nei grossolani compromessi hardcore e grunge che hanno caratterizzato buona parte dei progetti successivi all’era Afghan Whigs: esagerazioni ottusamente integraliste che non potrebbero mai dare ragione di quanto accaduto sabato sera sul palco del Circolo degli Artisti in Roma. Qui non si vuole discutere il fatto che la produzione musicale dell’era Twilight Singers sia complessivamente inferiore a quanto mostrato in episodi entusiasmanti come Gentlemen o Big Top Halloween. Il punto è un altro: il rock’n’roll non è necessariamente scienza esatta, paradigma incontestabile, epopea etica universale pura e disinteressata. Il rock’n’roll è innanzitutto esperienza fisica, un fatto della vita come tanti, a volte esaltante e a volte banale. Di sicuro c’è che Dulli, oltre ad essere un autore di tutto rispetto, è un performer di livello assoluto. Di sicuro c’è anche il carisma di Lanegan, che se ne sta immobile e cupo come non l’abbiamo mai visto e, com’è noto, l’uomo non è mai stato esattamente quello che viene definito l’immagine della spensieratezza o della gioia di vivere. Pare che delle date italiane quella romana sia stata di gran lunga la migliore e credo molto si debba più alla ricettività e all’apertura mentale degli astanti, che non alla qualità della scaletta, comunque tutt’altro che infame. Si comincia con l’ultimo disco, nel più tradizionale dei modi: spicca però tra i primi 5 brani una Bonnie Brae impreziosita da un crescendo finale devastante. Entra Mark Lanegan e mi rendo conto che è giunto il momento di bere un rum liscio, il settimo della serata. Where Did You Sleep Last Night non mi convince fino in fondo: troppo ingentilita, troppo poco viscerale. Nonostante Lanegan. Che, sia detto per inciso, da solo è proprio un’altra cosa. Insomma: è un Lanegan col freno a mano tirato, forse per un eccesso di umiltà e amicizia nei confronti dell’istrionico Dulli. Che, al contrario, spacca tutto. La terza parte del concerto è un delirio ininterrotto: aste che volano, sigarette sputate, frenesia maniacodepressiva, sudore e tanta anima. Dulli ha deciso di non risparmiarsi e dà fondo a ogni molecola delle sue straordinarie risorse: ubriacante, poetico, travolgente… insomma… un animale… e in splendida forma. I Twilight suonano quasi tutto Blackberry Belle: Fat City e Martin Eden rimarranno impresse nella mia memoria a lungo. I bis concessi sono 5. E torna Mark Lanegan sul palco. Un po’ più sciolto finalmente… chissà cosa si sarà scolato nel frattempo. C'è perfino il tempo di ascoltare una notevole versione, eseguita a due voci da Dulli e Lanegan, di You’ve Got a Killer Scene da Lullabies To Paralyze dei Queens Of The Stone Age... Noi a metà concerto siamo riusciti a conquistare uno spazio vitale accanto al bar e il consuntivo alcolico di fine serata sarà imponente. Insomma, per farla breve, uno dei concerti più belli cui abbia mai assistito… due ore di musica, filate via  in uno stato di puro delirio contemplativo ed emozionale. Che cosa si deve volere di più dal rock’n’roll?




permalink | inviato da il 11/12/2006 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

6 maggio 2006

Nell Kimball. Una puttana leopardiana

Le crude, commoventi, profonde memorie di una puttana americana dell'Ottocento (già pubblicate nel 1970 da Adelphi) sono state finalmente adottate come libro di testo nelle scuole italiane.
   Ad alcuni è capitato di nascere e di vivere in ambienti cosiddetti elevati o privilegiati, altri si sono trovati  fin da subito su binari comunque sicuri, altri ancora hanno scoperto il loro posto nel mondo attraverso mille prove e tormenti. La ragazza di cui sto parlando è nata in campagna, è entrata a quindici anni nel suo primo bordello di Saint Louis ed è morta povera e sola a ottant'anni, in Florida. 
   Un' esile e nevrotica poetessa della Nuova Inghilterra, vivendo da reclusa e puntando il suo sguardo su un piccolo fazzoletto di terra popolato di fiori e di insetti, ci ha visto dentro l'intero mondo e tutte le sue proiezioni. Un giovane e infelice conte di Recanati ha tratto dai suoi studi e dalla sua irriducibile sensibilità e profondità la forza per guardare negli occhi la creazione. Alla persona di cui stiamo parlando è toccato di vivere in un casino, eppure che cosa ha saputo trarre dalla irriducibilità del suo sguardo e dal suo coraggio! 
   Di lei non è rimasto altro oltre alle parole che ha scritto. Non esiste una sua fotografia. Anche il nome non è quello vero, è un nome d'arte. Ma la sua voce leopardiana ci arriva ancora intatta e bruciante attraverso il tempo e lo spazio

Qui




permalink | inviato da il 6/5/2006 alle 10:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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maggio