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Da un treno all’altro

La volontà di fare di questo spazio qualcosa di meno privato, o meglio: la necessità di rileggere il privato alla luce del suo significato pubblico, m’impone una nuova tappa. Altri treni, altre stazioni. Nessun viaggio è veramente tale se si conosce già esattamente la destinazione, se con essa si ha già troppa confidenza. Come con il proprio io. Sorvolerò sui lutti infiniti, piccoli e grandi, personali e collettivi, che rabbuiano, stizziscono e arrovellano questo mio primo scorcio d’anno: implosioni momentanee, tra materia e antimateria; legittime ambizioni di mutamento e seghe mentali più o meno consapevoli.
Ci limiteremo a esaminare e sezionare la tanta carne al fuoco, la fucina pullulante d’ogni sorta di spunto e tentazione centrifuga in cui ciascuno deve adoprarsi per poter arrivare alla fine del proprio viaggio. Insomma, partiremo da Vonnegut, Pascale, Starnone, Montesano, per sconfinare ancora nella fiaba, in Borges, Ocampo, Bioy Casares. Tra Indianapolis, Buenos Aires e Napoli.
Credere fermamente nella sopravvivenza del mito può essere rassicurante. Ma se la mitopoiesi di una civiltà diventa un gigantesco cancro culturale, come qui di fatto accade, figuriamoci allora cosa sarà tra qualche anno delle nostre idee di “cultura”, “politica”, “libertà”. E non vedo più perché non dovrebbe essere questo il mio taccuino. Poi si vedrà. Credere nel grande potere, che oggi paradossalmente appare fortemente “eversivo”, del racconto e del mito in tutte le sue manifestazioni moderne, è ancora legittimo?

Pubblicato il 14/1/2008 alle 15.17 nella rubrica Diario.

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