Blog: http://Angelusnovus.ilcannocchiale.it

Finestre

Window

Gina D. insegna da molti anni, molti più di me. Insegna, come me, il Latino e l’Italiano a ragazzi che hanno molta difficoltà a comprendere a cosa serva imparare a tradurre un testo di Sallustio o di Virgilio e - che è poi la cosa veramente grave in tutto ciò – provano un'istintiva avversione all’idea di avvicinarsi ad un libro per cose tipo la “curiosità”, o , peggio ancora, fantasmi tipo “il puro piacere di farlo”. Spesso, quando la incontro nelle pause-caffè, da qualche tempo mi invita a farle compagnia per la sigaretta di rito, fumata in un ambiente non tanto angusto, ma purtuttavia alquanto claustrofobico e opprimente: nonostante la presenza di ampie finestre, aperte però sul nulla dello scarno (a dir poco) spazio ex-verde adibito a parcheggio e del muro allusivamente carcerario, che definisce alquanto ruvidamente i confini tra il nostro nulla e quello di fuori. Vagamente screziato, quest’ultimo, da sparute presenze malinconiche sul marciapiedi di rimpetto. Presenze dovute al bar che adesso non mi ricordo come si chiama, ma qualcosa tipo “Vanity – Bar”, o “Fashion-Cafè”. E dunque, semanticamente e incontrovertibilmente triste: un luogo capace di coniugare un certo qual "horror vacui", anche comprensibile, alla tristezza di quei bar di paese che se non fosse per la botta di culo che talvolta capita di vedersi sorgere, da un decennio all’altro, come niente fosse, una scuola o, meglio ancora, una pretura, davanti ai loro occhi, non venderebbero una cedrata Tassoni nemmeno a spacciarla per la soluzione definitiva all’annoso problema della mortalità del genere umano.
Ma, poiché mi rendo conto di divagare un po’ troppo, torniamo alla nostra Gina D. e alla sua storia, per raccontare la quale è necessario partire da una mattina di qualche anno fa. E' suonata l’ultima campanella da pochi minuti. I ragazzi sono già andati via tutti, così come la quasi totalità dei docenti. Meglio ancora: tutti i docenti tranne due. Due donne. La prima è affacciata alla finestra di un corridoio dell’ultimo piano, il terzo: è una finestra appena un po’ più bassa del normale, ma più alta. Abbastanza alta da riuscire a vedere qualche lembo di orizzonte e persino del verde. Bassa quanto basta a scavalcarla anche senza dover fare troppa forza nel poggiare le mani sul davanzale e sollevarsi sulle braccia. La seconda professoressa ha da poco oltrepassato, a passo lento, la metà del corridoio perpendicolare a quello in cui abbiamo lasciato quella donna che, sia detto per inciso, ha ormai deciso di saltare giù. In quel preciso istante il rumore dei banchi rimessi a posto dai bidelli e quello dei passi lenti della seconda insegnante viene interrotto da un rumore che somiglia a un singhiozzare umano e, in effetti, lo è: la seconda docente comincia a correre, così, istintivamente. All’intersezione dei due corridoi si volta e vede, essendo vista, una donna che avvedutasi del sopraggiungere di qualcuno ha aperto in fretta e furia la finestra e tenta immediatamente di arrampicarsi. Per fortuna l’operazione è un po' più complicata del previsto e così la docente suicida viene trattenuta dal braccio vigoroso della collega, in verità alquanto robusta. Vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con Gina D. Semplice: la docente aspirante suicida è sua sorella.


2008, febbraio. Gina D. da qualche tempo, dicevamo, mi chiede spesso di farle compagnia nelle pause caffè-sigaretta. Mi parla del suo lavoro, di quello che secondo lei è giusto far fare ai ragazzi. Oppure parla di viaggi, di vacanze in giro per il mondo, di weekend a Londra e a Parigi. Raramente parla delle sigarette: quante ne fuma, quante ne vorrebbe fumare… insomma, ultimamente non me la passo molto bene, perché mi sta capitando spesso di incontrarla nelle pause. Ieri mattina, però, lei non c’era e il caffè l’ho preso con un’altra collega, una donna alta, imponente. Una donna decisamente robusta. Stava parlando di cose strane con alcuni professori: no, questa situazione non era più tollerabile. Si era decisa a parlare con il preside per chiedere la rimozione temporanea dalle funzioni di una collega che era partita col cervello e l’aveva offesa pesantemente davanti a tutta la classe. Era come la sorella, perché in quella famiglia erano tutti impazziti, anzi, la sorella l’aveva trattenuta lei stessa, mentre stava per buttarsi di sotto, qualche anno fa, quando insegnava nell’altra scuola. Forse era anche per questo che Gina D. ce l’aveva in particolare proprio con lei. Forse era questo il motivo per cui l’aveva offesa così violentemente davanti a tutti i ragazzi. E poi non era solo per quello che aveva chiesto al preside di intervenire: Gina D. tutti i giorni ne combinava una: quasi ogni giorno urlava istericamente, in dialetto, alla classe che avrebbe voluto vedere tutti i ragazzi “aret’ ‘e sbarre”, cioè in galera. Una volta una ragazza si era sentita male dopo essere stata “rimproverata” e avevano dovuto chiamare il pronto soccorso, perché quella poveretta aveva cominciato a singhiozzare e vomitare e poi aveva avuto un mezzo svenimento e tutti si erano cacati in mano dalla paura.

Ed è stato così, per un puro caso, che ho capito perché Gina D., quando ci fermiamo a fumare nelle pause ti ascolta distrattamente, senza guardarti in faccia e fissando il muro allusivamente carcerario, a pochi metri dalle ampie finestre senza luce della veranda.

Pubblicato il 13/2/2008 alle 16.3 nella rubrica Fabula.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web