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Sassi

- Dai Luca, è ora di tornare a casa, - dissi, contemplandolo mentre si sforzava di lanciare sassi oltre il greto più lontano del canale. Era un gioco che facevo anch’io da bambino. Avevo cominciato a lanciare sassi in un boschetto, ad Arzana, nel cuore selvaggio dell’Ogliastra, la regione della Sardegna centro-orientale in cui sono nato e nella quale, per oltre vent’anni, ho continuato erroneamente a credere fossero radicate le mie origini. Luca non mi ascoltava, o dava volutamente scarso peso alle mie parole, tentando di prolungare il più possibile quell’atto di intimità col padre sfuggente e incomprensibile che ero: starsene lì beato e protetto, sotto il mio sguardo, a immaginare che, una volta scagliato, il sasso assumesse forma e magari prendesse vita, trasformandosi in un uccello, magari in un rapace, volando via lontano, fino all’orizzonte. Io lì a proteggere la sua immaginazione, una domenica mattina di febbraio, e a raccontargli delle mattine in cui mio nonno prendeva il cappello, irrompendo nel caos dei miei giochi sparpagliati sul pavimento e pronunciava le parole magiche: “guaglio’, jammucenne, jà!”. Il tempo di spostare sommariamente a lato col braccio costruzioni, cavalli di plastica, tiri a segno vari, che già mio padre arrivava con le chiavi della nostra Fiat 128 verde, nuova fiammante, mi metteva la giacca e la sciarpa e uscivamo. Ero felice quando mio padre e mio nonno mi portavano in campagna con loro la domenica mattina. Mi piaceva ascoltarli parlare di qualsiasi cosa, quasi sempre di politica, dal sedile posteriore dell’automobile: mio nonno parlava sempre bene di Pietro Nenni, che conosceva di persona da molti anni e Francesco De Martino, che pure era venuto spesso a fare dei comizi nel mio paese. Forse per questo, adesso che raccontavo di quelle mattine a Luca, non mancavo mai di commentare: “erano altri tempi quelli, era un’altra politica, non queste mezze calzette di oggi”. All’inizio degli anni ’70, i miei genitori si erano dovuti trasferire in Sardegna per lavorare: abitavamo in un paese di un migliaio di abitanti, in mezzo alle montagne del Gennargentu: eravamo tra collina e montagna e l’aria aveva sentore di mirto, resina e ginepro.

Avevo dimenticato quel profumo ormai da molti anni, quando lo riconobbi istantaneamente aprendo il finestrino della mia automobile: era l’agosto del 2001, il giorno dell'arrivo in Sardegna per quella che sarebbe stata l’ultima vacanza insieme a Filomena, la madre di Luca. Allora ci amavamo molto. Ricordo che un giorno, senza dire nulla a Filomena riguardo al posto verso cui eravamo diretti, fermai la macchina all’ingresso di quello che era diventato un’area attrezzata per i pic-nic e che un tempo era un boschetto di lecci, all’interno del quale si apriva, ad un certo punto, una sorta di canyon a strapiombo: era il posto in cui mio padre mi aveva insegnato a lanciare i sassi lontano, oltre il burrone. Ora avevano recintato tutto, spianato dei vialetti in mezzo al verde, sistemato dei tavoli e delle panche accanto a dei barbecue in pietra. Filomena non capiva. Mi disse: “ma hai voglia di fare un pic-nic qui in mezzo?”. Cosa ci sarebbe stato di male? Mi irritò un po’ il tono di quella domanda. Ma fu un attimo rapidissimo che si dissolse immediatamente, non appena cominciai a spiegarle cosa fosse quel posto. Era molto contenta che l’avessi portata lì. “Un giorno ci porteremo i nostri figli", - disse, - e mi venne voglia di baciarla e abbracciarla forte. Ma non lo feci, perchè a lei dava fastidio che la baciassi davanti ad altre persone. Non ricordo più se le accarezzai un braccio o la schiena; fatto sta che quella volta mi sorprese, perché fu lei ad attirarmi a sé e baciarmi sulla bocca. In quel preciso istante sentii qualcosa di strano, come se una corrente mi attraversasse il corpo, dall’alto verso il basso, dal cielo nebbioso dei miei malcerti ricordi d’infanzia verso la terra e le radici. “Si vede che era destino”, pensai subito dopo.

Intanto continuavo a fissare Luca, che proseguiva imperterrito i suoi lanci, facendo finta di niente – “forza, è quasi buio. La mamma sarà in pensiero”, - dissi, prendendo Luca per mano, che mi seguì svogliatamente, infilandosi un paio di sassi nella tasca del giubbotto ormai pieno di polvere. “Ma buttali via. Che te ne fai ora di questi sassi?”, dissi. Luca mi rispose che li avrebbe conservati per la prossima volta, così non gli dissi più nulla e glieli feci tenere. Al ritorno, lungo la strada, di cui conoscevo alla perfezione ogni albero, ogni curva, ogni casolare abbandonato, mi tornavano in mente le voci di mio padre e di mio nonno, che parlavano di cose da adulti in mia presenza e la cosa mi riempiva, non so perché, di orgoglio: come se mi sentissi un po’ grande anch’io ad ascoltare quei discorsi. Specialmente quando, rivolgendosi a me, talvolta, mio nonno mi diceva: “hai capito come funziona? Non te lo dimenticare mai. Questo è un paese di gente infame, che apprezza solo i delinquenti e i mariuoli”. Io mi limitavo a sorridere e a fare segno di sì con la testa. Oppure: “uè, mi raccomando: mica te ne vai in giro a raccontare a qualcuno queste cose? Questo è un segreto, hai capito? Impara ad ascoltare e parla solo quando è indispensabile”. Sarà per questo che ho parlato sempre troppo poco nella mia vita, non lo so. Filomena me lo rimproverava sempre. Negli ultimi tempi me lo urlava in faccia in lacrime: “non è possibile andare avanti così! Noi non comunichiamo! Tu mi scopi e basta!”. Quando era triste si trasformava in qualcos’altro. Non era più la donna che amavo. Sul suo viso il rancore si scolpiva in ogni tratto, in ogni angolo. Diventava come di pietra. Persino le lacrime, a volte, mi pareva si cristallizzassero sul suo viso, arrestandosi. Una corrente, allora, mi attraversava, dal basso verso l’alto: un fiotto di sangue mi saliva al cervello annebbiandomi la vista e provavo un dolore lancinante al centro del petto. Mi paralizzavo e non ero più capace di rispondere. Così lei una volta se ne è andata, portandosi Luca, che allora aveva due anni, e l’ho vista uscire senza essere capace di dire niente. Avrei dovuto saperlo, quando lanciavo i sassi oltre il burrone, che le cose si trasformano sempre quando le tocchi. La vita non è come la memoria, che se ne sta lì anche trent’anni e quando meno te lo aspetti ritorna tale e quale, con i suoi momenti belli e quelli brutti, senza mai mutare di una virgola. Ma allora pensavo solo che i sassi potessero tramutarsi in rapaci e volare via lontano, chissà dove. L’idea della metamorfosi si associava, inevitabilmente, a quella di una distanza incolmabile, se non con l’immaginazione. E proprio questo pensavo quel giorno che avevo portato Luca a tirare sassi oltre il greto dei regi lagni, nell’unico punto in cui era ancora possibile farlo senza respirare i miasmi dei rifiuti tossici di cui quei canali sono ormai pieni da anni: che la vita è una continua metamorfosi e non ha alcun senso volerla fissare. Che la memoria si fa da sé, secondo leggi imperscrutabili, e che non ci appartiene, con le sue incongruenze e le sue laceranti contraddizioni. Come se servisse solamente a tenere il conto delle cose che si perdono per sempre, man mano che il tempo, trasfigurandoci, avanza. Come se questa fosse l’unica funzione coerentemente logica del tempo.

Pubblicato il 18/2/2008 alle 14.55 nella rubrica Fabula.

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